Bevis Fusha è un fotografo nato nel 1976 in una famiglia di fotografi e vive a Tirana in Albania . E’ laureato in filosofia-sociologia presso l’Università di Tirana ed è membro dell’agenzia fotografica Anzenberger di Vienna e di Metrocollective di Washington, USA.
In modo particolare, del suo lavoro mi hanno colpito due raccolte di ritratti, dove lo sguardo del fotografo non è rivolto alla specificità individuale del soggetto ma alla sua condizione sociale e culturale.
Il primo è intitolato Presumed Guildy ed è stato realizzato a New York nel 2005. Sono ritratti di persone, scattati per strada, che mostrano l’ansia e la sfiducia nei confronti dell’Altro, a suo dire, tipica degli americani di oggi. Bevis considera questa una delle conseguenze dell’11 settembre: un evento tragico e traumatico che ha cambiato il profondo sentimento di orgoglio che gli americani avevano verso il sistema di sicurezza e di giustizia statunitense, per cui ”le persone sono innocenti fino a quando non si dimostra la loro colpevolezza“. Oggi sono tutte persone tese e sospettose nei confronti dell’Altro, come se ne presumessero una generica forma di colpevolezza (fino a prova contraria).
Il secondo lavoro, intitolato Blinded by Fame, è una riflessione che il fotografo realizza visivamente sulla bellezza femminile, a suo dire, massificata e banalizzata dai media e dal consumismo. Secondo Bevis, i concorsi di bellezza hanno trasformato la bellezza femminile in un prodotto che viene consumato globalmente, al di là delle differenze culturali dei diversi paesi; concorsi che annullano anche le specificità estetiche delle singole persone. Il desiderio di rappresentare l’immagine della donna più bella, secondo Bevis, ha creato attraverso i media un ‘manifesto’ della bellezza femminile, che viene strumentalmente utilizzato nel mercato mondiale della moda e nella pubblicità. Queste fotografie, che Bevis ha realizzato a donne titolari della corona di ‘Miss’ nei loro paesi, sono pose con gli occhi chiusi, per esaltare l’idea e la visione di questa forma massificata di bellezza, che annulla l’identità culturale e la loro specifica bellezza.











