Stephen Waddell è un quarantaduenne nato a Vancouver in Canada dove ha studiato arte presso la MFA University of British Columbia; un percorso di studi che lo ha preparato ad essere un artista figurativo, in pittura e in fotografia.


Il suo interesse è rivolto verso il vivere quotidiano e attraverso il suo lavoro indaga questo tema mostrandolo con lucidità e realismo.

La sua è una fotografia “semplice”, frutto di uno sguardo attento ma diretto, immediato; uno sguardo che non sembra condizionato dalla semantica della fotografia documentaria e dalla sua retorica, piuttosto dalla condivisione della realtà quotidiana a cui fa assumere la forma di una fotografia istantanea, nonostante gli studi che ha condotto testimonino una conoscenza approfonditta di tutta “l’arte della descrizione”.






www.stephenwaddell.com
Colin Pantall ritrae la figlia, Isabel, sul divano di casa mentre si intrattiene con la televisione.
Sono ritratti dell’infanzia che Colin cerca di cogliere da giornalista e fotografo senza esprimere la sua dimensione genitoriale.
Riflette attraverso Isabel sul ruolo di un genitore che intende educare la propria figlia ma che, al tempo stesso, le permette di esprimere in libertà atteggiamenti fisici ed emozionali che i vincoli provenienti dal mondo adulto censurerebbero.






L’ambivalenza fotografo/genitore ci permette di osservare la distinzione tra la volontà di promuovere la persona della bambina e la necessità di formarla, cioè tra l’amore genitoriale che riconosce l’autonomia e l’educazione protettiva che prende il via dalla presunzione di dipendenza della bambina.






www.colinpantall.com

La scelta di usufruire delle possibilità offerte dalla fotografia per riflettere su di sé e per far riflettere sulle relazioni esistenti tra la propria persona e una certa ‘cultura’ che vincola l’identità pubblica della medesima ad un rapporto obbligato con la dimensione estetica è il motivo per cui mi sono fatto coinvolgere da questo lavoro fotografico realizzato dall’americana Jen Davis. Un lavoro che ritengo abbia saputo coniugare in una sintesi felice il valore estetico delle immagini e la pregnanza del loro significato.


Un lavoro della durata di otto anni in cui l’autrice si è auto-ritratta fotograficamente insieme alle incertezze sulla sua immagine del corpo e alla forma delle relazioni che questa immagine ha prodotto nella sua vita sociale.

La fotografia, in questo caso, è stato il mezzo di comunicazione utilizzato per raccontare la sua storia e al tempo stesso lo strumento per analizzare la propria vita e la forma del rapporto che questa ha prodotto tra la sua dimensione psichica individuale e le opinioni condizionanti espresse dalla società in cui viviamo. Una società che determina la bellezza basandosi solo su dei modelli generalizzati che riducono la persona al suo aspetto fisico, con cui l’autrice si trova a dover fare i conti.




Attraverso queste fotografie, Jen Davis intende interrogarsi ed interrogare i fruitori delle sue fotografie sulla bellezza, sull’immagine del corpo, sull’identità personale e formula un’osservazione mirata sulla sua storia. Cerca di creare un rapporto di continuità tra sé e lo sguardo su di sé attraverso la fotocamera e trasforma l’atto di fotografare in una performance sul vivere quotidiano.



Molte delle foto sono state realizzate in casa, rivelando aspetti di sé anche molto privati.


Un lavoro in parte basato su esperienze personali ricostruite in fotografia e in parte frutto di fantasia, come quando immagina rapporti fisici con dei partner che possano garantirle una vita intima, amore e desiderio.

http://jendavisphoto.com