Marco Vincenzi

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17 gennaio 2010

marianne mueller

Archiviato in: fotografia — Marco Vincenzi @ 19:22

La prima volta che vidi le fotografie di Marianne Mueller fu da un suo libro che acquistai: “A part of my life”, pubblicato nel 1998 da Scalo.

Mi stavo interessando alla cultura dei bambini e il modo in cui questi utilizzano la macchina fotografica mi sembrò essere simile a quello di certi fotografi: Juergen Teller, Richard Billinghaqm, Nan Goldin, Ashley Mitchell, Jessica Craig-Martin e altri, tra cui anche Marianne Mueller.

Le assonanze che riscontrai tra l’idea di fotografia di questa autrice e il modo in cui fotografano i bambini era proprio nel modo di utilizzare la fotocamera: come fosse un prolungamento dell’occhio, per raccogliere il “mondo” e visualizzare esperienze.

La scelta dell’immagine e la modalità dello scatto viene guidata dallo stupore e dall’interesse verso ciò che ha a che fare con il quotidiano, con il “mondo vicino”, quello che ci si trova di fronte, in modo diretto, senza alcuna mediazione che presupponga una competenza tecnologica.

La fotografia di Marianne Mueller, perlopiù, sembra produrre stupore; per come l’occhio della sua fotocamera sa trasformare il mondo in un’immagine e per come il mondo appare in modo singolare nelle sue immagini. Una fotocamera che diventa lo strumento che ristabilisce dignità agli aspetti più insignificante di questo mondo. Come nelle fotografie realizzate dai bambini, questa fotocamera agisce da strumento magico che è in continuità con il fotografo e parla direttamente. In questo modo diventa uno strumento che è in grado di restituire il mondo e il suo incanto.

La Mueller, come i bambini, attribuisce ad ogni momento della giornata e della vita, anche qualsiasi, il potenziale di una rivelazione che coglie attraverso la fotocamera; nello specifico, una 35mm, facile da usare e poco appariscente, che permette di preservare impressioni effimere che poi assembla. Un mezzo per la memoria e non un dispositivo ad alta tecnologia per produrre immagini perfette (che, ad esempio, i bambini non sarebbero in grado di utilizzare).

Questo spiega perché la fotocamera 35mm (ma potrebbe essere una usa e getta) costituisce il punto focale della sua attività artistica. Con lei, la fotografia è essenzialmente una dichiarazione d’amore per una persona, piuttosto che per un fiore, un angolo di strada o il mondo intero, che ama osservare e mettere in relazione.

Lei non spiega e non commenta la realtà che fotografa, la mostra semplicemente. Sembra non avere un controllo completo e, anche qui, come i bambini, trova non tanto ciò che cerca ma per il fatto che cerca: i momenti che stanno accadendo e gli effetti delle loro possibilità vengono visualizzati nella fotografie come una manifestazione.

Un approccio libero alla fotografia che è per lei una compagna costante e che le permette di produrre immagini senza aver stabilito a priori l’interesse. Il processo che dalla raccolta arriva alla valutazione scatta solo dopo e la conduce ad un ordine del mondo, quello esistente nelle sue fotografie. Parliamo di un’opera che si afferma e si sostanzia attraverso la sequenza fotografica; un linguaggio che trasforma le singole immagini prodotte, combinandole insieme in forma di libro.

www.mariannemueller.ch

2 commenti »

  1. Bellissime, grazie Marco, mi sono piacute tantissimo, come mi erano piacute tantissimo proprio le foto dei bambini di Montefiore a cui tu avevi dato una usa e getta.

    Commento di Stefano — 17 gennaio 2010 @ 22:13

  2. C’è sempre una cosa che penso quando vedo foto “belle” come queste: che al di là dell’immediatezza e della volontà documentativa, esistono come opere perché hanno uno “stile”, ossia un taglio grafico. sono i prodotti di una selezione artistica che le rende…così. Non so se sono “stata spiegata”…

    Commento di Manuela — 19 gennaio 2010 @ 20:06

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