Marco Vincenzi

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30 agosto 2009

che vita è una vita senza pianto?

Filed under: pensieri — Marco Vincenzi @ 14:37

No, non il pianto che nasce da una semplice emozione, ma il pianto della sofferenza, quello profondo, prolungato, stancante.

In questo nostro tempo, anche le emozioni devono poter esser sempre nuove, mai provate prima, esotiche e perturbanti, direi estetiche ma di un’estetica riconosciuta. Quantomeno, devono poter essere osservate come tali, altrimenti non possono trovare senso e, soprattutto, valore in questa che ci viene detto essere la nostra vita, sempre più orientata ad una pornografica relazione con esse. Sempre di più e continuamente, perché il rapporto che intendiamo avere con le emozioni è un rapporto oggettuale; oggi possiamo acquistare ogni cosa, anzi, ogni cosa è se la possiamo acquistare. Questo ci da il senso (o l’impressione) della crescita, di una nostra crescita quindi dell’esistenza.

Del resto, non stiamo vivendo nella società della conoscenza? Ci è stato insegnato che il vero accrescimento passa attraverso la sua acquisizione, perché solo se possiamo raggiungerla tutta saremo delle persone complete. Persone consone alla nostra società, in ordine con il modello che crea conformità. Per non avere problemi, per poterci rappresentare la vita in un modo che possa essere osservabile, riconoscibile e condivisibile da tutti.

No, non la faccio lunga. Vorrei solo poter tornare a piangere. A piangere per qualche cosa che ha a che fare solo con me, con la mia persona unica e specifica, quella lontana dalla conoscenza riconosciuta da tutti. Piangere per una sofferenza semplice, ma profonda, prolungata, stancante che possa riconciliarmi con il tempo che passa, con la vita.

5 commenti »

  1. Grazie per aver condiviso questo pensiero. Mi permetto di aggiungere qualcosa di mio che ho sentito nel leggere. Osservare un’emozione… ascoltarla, percepirla con il corpo. E-mozione: qualcosa che mi muove verso l’esterno, che lascio esprimersi come viene, collegata con qualcosa di profondo che è solo nostro, personale; qualcosa che percepisco nell’altro e istintivamente riconosco perché mi appartiene. Certamente qualcosa di estetico perché assolutamente contrario all’an-estesia. Penso che la conoscenza passi anche dall’emozione, perché è conoscenza con sé e di sé, perché attraverso il sentire conosco il mondo, lo esperisco. La mente elabora, crea categorie che ci aiutano a strutturare il mondo e la relazione con esso, ma nel contempo illude perché ci porta a sviluppare modelli rigidi, abitudini di pensiero, gabbie invece di libertà. Ed allora diventa fondamentale mettersi in ascolto, perché solo attraverso l’ascolto potremo darci la libertà di crescere, magari in direzioni impreviste – creative, sorprendenti, inusitate – oppure fermarci per un momento e piangere…
    Grazie per i link. Farò altrettanto.

    Commento by Angela — 30 agosto 2009 @ 15:03

  2. ..ancora piango, mi succede ancora di piangere, ma se osservo non piango, neanche rido…

    Commento by angela — 30 agosto 2009 @ 18:26

  3. Perchè cercare motivi per piangere? prima o poi arrivano, sempre.

    Commento by Ramona — 2 settembre 2009 @ 12:17

  4. Mi capita di piangere, si vede che ancora sono un pò bambino, il chè non mi dispiace.

    Commento by Stefano — 2 settembre 2009 @ 19:50

  5. Il tuo passo leggero
    ha riaperto il dolore.
    Era fredda la terra
    sotto povero cielo,
    era immobile e chiusa
    in un torpido sogno,
    come chi più non soffre.
    Anche il gelo era dolce
    dentro il cuore profondo.
    Tra la vita e la morte
    la speranza taceva.

    Cesare Pavese – You wind of March

    Commento by Ramona — 2 settembre 2009 @ 21:47

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