No, non il pianto che nasce da una semplice emozione, ma il pianto della sofferenza, quello profondo, prolungato, stancante.
In questo nostro tempo, anche le emozioni devono poter esser sempre nuove, mai provate prima, esotiche e perturbanti, direi estetiche ma di un’estetica riconosciuta. Quantomeno, devono poter essere osservate come tali, altrimenti non possono trovare senso e, soprattutto, valore in questa che ci viene detto essere la nostra vita, sempre più orientata ad una pornografica relazione con esse. Sempre di più e continuamente, perché il rapporto che intendiamo avere con le emozioni è un rapporto oggettuale; oggi possiamo acquistare ogni cosa, anzi, ogni cosa è se la possiamo acquistare. Questo ci da il senso (o l’impressione) della crescita, di una nostra crescita quindi dell’esistenza.
Del resto, non stiamo vivendo nella società della conoscenza? Ci è stato insegnato che il vero accrescimento passa attraverso la sua acquisizione, perché solo se possiamo raggiungerla tutta saremo delle persone complete. Persone consone alla nostra società, in ordine con il modello che crea conformità. Per non avere problemi, per poterci rappresentare la vita in un modo che possa essere osservabile, riconoscibile e condivisibile da tutti.
No, non la faccio lunga. Vorrei solo poter tornare a piangere. A piangere per qualche cosa che ha a che fare solo con me, con la mia persona unica e specifica, quella lontana dalla conoscenza riconosciuta da tutti. Piangere per una sofferenza semplice, ma profonda, prolungata, stancante che possa riconciliarmi con il tempo che passa, con la vita.